compagnia scimone sframeli

 

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LA FESTA

  di > spiro scimone

  con > francesco sframeli > spiro scimone > gianluca cesale

  regia> gianfelice imparato

  scena e costumi > sergio tramonti

  musiche > patrizio trampetti

  regista assistente > leonardo pischedda

  direttore tecnico > santo pinizzotto

  foto di scena > andrea coclite

  amministrazione > giovanni scimone

  produzione > compagnia scimone sframeli

  in collaborazione con > fondazione orestiadi gibellina

 

 

premio candoni arta terme 1997  " nuova drammaturgia "

 

La festa è un testo scritto con dialoghi brevissimi, fatti di battute di poche parole, spesso una sola. Con un uso molto musicale della frase, su un ritmo sincopato che mette in evidenza le frequenti ripetizioni e variazioni di un medesimo tema.
Ma ripetizioni e variazioni portano anche a esplorare tutte le possibilità offerte dalle parole, la loro necessità. Sono le armi affilate da una lunga esperienza con cui si confrontano i tre personaggi in un continuo rinfacciarsi episodi distorti e un passato forse inventato.
Sono un padre, una madre e un figlio, rinchiusi nello spazio geometrico di un’astratta cucina, il chiuso contenitore di quel microcosmo familiare che dialogano per domande e risposte. Com’è il tempo? Vuoi il latte? Hai messo lo zucchero? E’ calda l’acqua? Come formule di un rito che si ripete uguale da un lungo tempo. Banalmente uguale.
La festa del titolo celebra un anniversario, i trent’anni di matrimonio della coppia. E fondamentale è l’aspetto del gioco, cioè proprio del recitare. Ciascuno dei tre personaggi recita infatti la propria parte. La madre assillante che accentua il suo ruolo di vittima. Il padre che fa la voce grossa per mascherare la propria debolezza e dipendenza. Il figlio protervo, che se ne sta accucciato a muso duro, è diventato lui il vero padrone di casa, anche perché è lui che mette i soldi, oscuramente guadagnati.
Il gioco è teso, crudele, apparentemente devastante. Con una continua nota di comicità. La madre rinfaccia. Il padre fa il gesto di uno schiaffo che è incapace di dare. Il figlio, cosa fa il figlio? Il figlio non fa niente, se ne sta in silenzio e quando è stanco di domande esce fuori. Ma c’è un limite nel gioco oltre cui non può andare. La necessità di non arrivare alla rottura, perché il giorno dopo si possa riprendere da capo, con le stesse parole. Con lo stesso rito.
 

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